voglia di disegnare


1.10.15

Come sapete questo blog nasce come quaderno di ricerca, come luogo dove lasciare traccia di un processo di crescita (quella dei miei figli, ma anche la mia contemporaneamente) con l'intenzione, forse, di utilizzare queste osservazioni, o queste intuizioni per costruire qualcosa, o forse semplicemente per lasciarle decantare, per concedermi uno spazio dove lasciare le riflessioni che a volte non hanno nessun altro scopo sennò di essere questo, pensieri che vorrei semplicemente condividere.

Non per scelta ma sicuramente per un processo naturale questo blog tratta di una forma o un'altra sempre temi legati alle mie passioni:  la matematica, l'architettura, il gioco, lo spazio, il linguaggio, l'ordine, la città, la condivisione e la socializzazione, il disegno.



Come vi accennavo in questo post di inizio dell'anno ho ricominciato a seguire una delle mie passioni di sempre:  il disegno. 

Mi sono sempre chiesta perchè se da bambini tutti abbiamo un'inedita propensione verso il disegno, o meglio, "una necessità di disegnare", questo impulso  svanisce nel tempo, sparisce nel nulla, al punto che quasi tutti da adulti ci dichiariamo "incapaci" di disegnare.  Tranne quelli che chiamiamo "gli artisti". 



Poi chi sia "l'artista" è tutto un programma.  Una persona può decidere di trovare una mezzo di espressione qualsiasi per esprimere un qualcosa di sè.  Questo può essere un esercizio liberatorio, che sia "arte" lo possiamo discutere.  Ma io non intendo parlare esattamente di questo, se è arte o no, per il momento, non m' interessa.   Il punto è che i bambini fanno questo, giusto?.  Prendono un foglio senza nessun timore, senza nessuna pretesa, perchè mica si pongono il problema dell'arte, per fortuna, e fanno qualcosa:  una linea, una macchia di colore, un cane, una principessa in un bosco, una mamma gigante con un fiore sotto il piede, quello che in quel momento gli va.  Poi te lo fanno vedere, a volte.  C'è chi lo guarda e dice "quanto è bello", c'è chi nemmeno lo guarda e dice "quanto è bello", c'è chi dice "ma che cos'è?, è solo uno scarabocchio"... c'è di tutto.

Di solito, non sempre, quando mi arrivano tra le mani i disegni dei miei bambini li guardo, se in quel momento ho un minimo di tempo a disposizione, descrivo quello che vedo nel disegno e faccio domande: una casa, di chi è?, e questa è la mamma ... ma guarda quanto mi hai fatto cicciona?... (ridiamo), è bello questo fiorellino all'angolo, sembra che sta qui per essere raccolto... lo hai fatto proprio bene, mi piace l'accostamento dei colori...

Per me un disegno non è mai bello di per sè, perchè al disegno non va mai dato un giudizio.  Il suo scopo non è che sia bello ma che sia un esercizio.  Non si finisce mai di disegnare, non ci si arriva mai al disegno bello.  Si disegna per il piacere di disegnare, perchè ci serve.  Sono solo tentativi, ricerche, gocce che piano piano possono riempire l'oceano dei nostri ricordi.





Questa vacanza è stata un tempo molto proprizio per disegnare.  Siamo stati in un magnifico trullo nella valle d'Itria e mentre i miei piccoli passavano i pomeriggi a giocare con i cani e i gatti della campagna io mi dilettavo con gli acquerelli, provando carte del tutto inadatte perchè mi mancava il materiale giusto ma i risultati sono riusciti a riprodurre quelle sensazioni, quell'atmosfera che volevo portarmi indietro a casa.


Il disegno ci porta in un'altro tempo.  O meglio, il tempo si frammenta a tal punto che svanisce. Il tempo diventa l'istante di ogni pennellata, di ogni segno di matita.  Nel frattempo, quello precedente, il tempo dell'osservazione  smisurato, non ha limite.   Disegnare è un'esercizio che ci insegna a vedere:  ogni linea, ogni curva, i colori e le sue sfumature, la luce e l'ombra, la geometria delle forme, la sovrapposizione, lo spazio che accoglie il nostro soggetto.  Il disegno è una forma di appropriazione, di conoscenza, alcune volte di contemplazione.  In questo senso il disegno ci insegna ad amare, ad ammirare e a comprendere ciò che ci è davanti.

Dopo arriva la scelta:  di quell' oggetto quale linea, quale gesto è capace di restituirlo, di renderlo riconoscibile sulla carta?.

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E' da  poco che ho cominciato a lavorare con gli acquerelli ma la cosa che mi affascina di più, la vera sfida, è riuscire con pocchi gesti a trasmettere un soggetto: di arrivare alla sintesi.  Spendo molto tempo mischiando i colori, trovando la tonalità giusta nella mia piccola pallette, molto tempo osservando l'oggetto, ma l'istante del fare è invece deciso, veloce, è un gesto, una pennellata sola che coglie il segno. Senza la paura di sbagliare, senza pretendere nemmeno la perfezione.  Questo è l'esercizio, ancora non ci sono arrivata chiaramente, ma questo è quello che perseguo, che forse difficilmente riuscirò a trovare.

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Ho scritto questo post perchè durante queste vacanze naturalmente i miei bambini hanno fatto con me tanti, tantissimi acquerelli.  Non serve chiederglielo, mi vedono fare un disegno e subito anche loro vogliono provarci.  Il materiale era sempre pronto, ovviamente acquerelli e carta giusta per loro, perchè mentre io facevo un disegno loro ne producevano 10.

Con piacere ho osservato come loro hanno cominciato a seguirmi cercando altrettanto di disegnare non qualcosa che gli veniva in mente ma "quello che vedevano".  Cioè, hanno cominciato veramente a disegnare un soggetto, con la deformazione prospettica del loro punto di vista.



Questo, per esempio, è un disegno di Marta, 9 anni.  Ha fatto un albero e affianco una panchina con una persona seduta di spalle.  La forma dei rami di "quel" albero erano proprio così, la base blu della panchina lo stesso, così come le fasce grigie dello schienale.

Hanno disegnato tanto, gli oggetti della casa della nonna, le piante, i puppazzi...

(guardate lo sguardo concentrato di Marta nel osservare attentamente il pupazzo che stava per disegnare)

Mi sembra abbastanza chiaro che la capacità di astrazione di un bambino nel disegnare una persona attraverso un cerchio, una linea che fa da corpo e altre quattro linee che fanno da estremità evoluziona nel tempo con disegni sempre più corposi e complessi nel tempo. Il bambino, però tende a ripetere i modelli dei suoi disegni nello stesso identico modo, perchè quello che disegna non è esattamente "un cane" ma "l'idea di un cane".  Il bambino quindi disegna il cane che ha già nella sua testa;  un concetto generico che esiste nel suo pensiero e che è quindi una riduzione dell'oggetto reale.  Imparare  a guardare la realtà e a cercare di disegnarla è invece il passaggio successivo che lo porta veramente a comprendere l'oggetto e a rappresentarlo.  Questo passaggio nei bambini viene fatto raramente, spesso perchè ai primi tentativi si sentono frustrati dai risultati e abbandonano lo sforzo.  Disegnare significa vedere.  Con il tempo, e in alcuni bambini con maggiore facilità rispetto ad altri (alcuni lo chiamano talento, è molto simile al piacere), il gesto dal cervello alla mano diventa sempre più preciso. Incoraggiamoli e stimoliamoli a "disegnare vedendo", è questione di pratica e di tempo!.

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